Nina Dolan

«L’iconografia nasce dai miei segni calligrafici; mi interessa catturare un momento, una trama ininterrotta di eterno cambiamento, come le correnti dei fiumi, il vento e la pioggia, le forme che vedo camminando: le linee del marciapiede, le ombre, le mezzelune, le finestre, gli spazi negativi.»

 

Il lavoro astratto di Nina Dolan si distingue splendidamente per un senso poetico della geometria, del movimento, della decorazione e del colore. Artista affermata, attiva da oltre trent’anni, Dolan è molto apprezzata per la sua pratica e per il suo contributo all’insegnamento e al dialogo sull’arte del fare. 

Dal punto di vista formale, le linee e le immagini calligrafiche dell’artista evocano la minuzia di Paul Klee e il carattere idiosincratico dell’opera di Joan Miró. Dolan ammira anche il lavoro di Antoni Tàpies, Jackson Pollock e dei pittori americani del Color Field, ed è profondamente coinvolta nell’esplorazione della linea e del gesto nell’opera di Brice Marden, la cui pratica descrive come una «continua estensione dell’astrazione lirica». I due artisti condividono inoltre un interesse per la calligrafia cinese e la filosofia taoista. 

Le fonti di Dolan sono infatti molte e comprendono fotografia, musica, danza e letteratura, come The Wind-Up Bird di Murakami, Snow di Orhan Pamuk e 10 Minutes 38 seconds in This Strange World di Elif Shafak. Di particolare importanza è la sua collezione di album fotografici di Londra e della campagna. Dolan spiega di interessarsi non solo alle griglie, ma anche alle forme lasciate indietro. Un fascino duraturo per l’opera di Hokusai e per la superficie tattile della xilografia guida la sua ricerca di questo «segno in rilievo». L’artista racconta: «Ho inventato le mie formule per trattenere il segno e ho trovato vari modi per realizzare questa immagine calligrafica. Volevo catturare un momento nel tempo.» 

Anche il legame di Dolan con la musica e la danza classica informa la sua pratica: «il movimento entra in gioco quando si porta una linea a passeggio o persino quando si versa il colore, come in una performance». La pratica dell’artista è infatti una costante sperimentazione pittorica. Di recente ha iniziato a versare il colore, lasciandolo asciugare e lavorando poi in questo strato superiore per creare forme e griglie. È un processo di disegno dentro la pittura che rivela forme che «vengono dal mondo reale, come un dizionario visivo nella mia testa». Dolan osserva che, pur non potendo spiegare del tutto la condensazione di queste immagini, esse rimandano in parte al suo interesse per i pittogrammi delle sculture egizie, i segni della Stele di Rosetta e i rilievi assiri visti al British Museum.  

È un’evoluzione della forma, che si potrebbe descrivere come una sorta di automatismo contemporaneo. All’inizio, storie, idee, parole e schizzi fungono da emblemi di viaggi ed esperienze. Le immagini si rivelano attraverso un approccio artistico fluido che crea la superficie densa, quasi tessile, delle sue opere multimediali in rete. Le configurazioni surreali di forma e colore ricordano le strane creature biomorfe e le forme vegetali di Yves Tanguy. In altri quadri, linee e forme pigmentate puntinate sembrano collocarsi all’incrocio tra la minuzia dell’arazzo e il segno del puntinismo e dell’espressionismo astratto. 

In tutto il suo lavoro, il modo in cui Dolan stratifica colori, segni, pennello, nastro e pittura costruisce una sensibilità calligrafica e al tempo stesso scultorea. Questo lavoro aptico e automatico ha un carattere metodico e insieme organico. La pratica di Dolan si nutre così delle relazioni casuali tra medium e composizione; racconta: «Posso rendere il colore molto fluido per catturare l’acqua o aggiungere un materiale per ottenere un segno o una superficie particolare. Realizzo anche strumenti diversi per stendere il colore, non solo pennelli. Adoro la sfida di elaborare tavolozze diverse. I cambiamenti avvengono nell’opera attraverso il processo di creazione, sentendola ed essendo presente. Voglio che lo spettatore veda la costruzione, le pennellate, il percorso, un po’ come un archeologo che scava per saperne di più.»

Questo viaggio è simbiotico: le forme si trasmettono e passano da un’opera all’altra, ponendo la domanda «come si cattura il vento?». Dolan cerca così di cogliere qualcosa di poeticamente transitorio, osservando che il suo approccio si ispira in parte alla filosofia taoista. In questo modo, l’impegno di Dolan nell’esprimere l’effimero e nella sperimentazione materica le ha permesso di creare un’iconografia visiva astratta del movimento del tutto personale. 

Rosa JH Berland 

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