Il grido soffocato

Archie Franks – Miroslav Pomichal. Testo di Sacha Craddock

FRANKS E POMICHAL: «THE STIFLED CRY»

Da pittore, Archie Franks evoca l’attrazione da luna park più o meno come fece Dickens da scrittore generazioni prima. Tratta il soggetto, forse già di per sé una caricatura, con una pittura stesa in modo sbrigativo, piuttosto approssimativo, ma con un tocco leggero e ben calibrato. Franks mantiene l’attenzione apparente, il livello di virtuosismo, su un piano familiare ma fondamentale. Il piacere di mangiare, bere o visitare un luogo viene trasportato e trascritto in un linguaggio sfuggente, talvolta volutamente pacchiano. Questo discorso su sensazioni fugaci ma pur sempre piacevoli riguarda anche la comprensione del valore e dell’importanza di istituzioni senza tempo che vi fanno da contrappunto. Soffice come lo zucchero filato che di certo si vende vicino al treno fantasma, il Pop rococò di Franks ricorda ciò che è bello vivere, una vita vicina ma tenuta a distanza da noi.

Dipingendo in questo modo, quanto a peso e attenzione, Franks si chiede, attraverso l’attività come attraverso la transitorietà, come sia possibile trasmettere la gravità dell’esistenza contemporanea. Rappresentando così la ciambella o la pinta, il cibo o l’esperienza comprati in fretta e consumati rapidamente, sembra chiedersi se la pittura sia davvero in grado di rappresentare la vita. Qualcosa deve ancora apparire separato, vicino ma romanticamente distante? La passione dell’esperienza deve restare lontana, ai margini? Chiedendosi semplicemente se la metafora parallela delle strutture possa essere visitata, vissuta e lasciata alle spalle, questo artista gioca con il linguaggio di un’altra epoca, all’interno di un genere fisso e comprensibile, ma lo affronta senza mai apparire pesante o trattenuto da alcunché. È come se il nostro rapporto con la superficie dell’hamburger, quello vero, o con la marmellata che trasuda da una ciambella, dovesse svanire frizzando: il cibo non dura; il pacchetto di patatine, aperto pochi minuti prima e posato sul tavolo, è già vuoto. Senza voler fare il brillante nel suo modo interrogativo di condensare il rapporto tra pittura, piacere e permanenza, Franks ricorre a una galleria di riferimenti appropriata: un’attenzione appena sostenuta, tratta da un tempo e da un luogo provvisori.

Sia Archie Franks sia Miroslav Pomichal ammirano Soutine, la cui opera enfatica si fonda sullo stretto rapporto tra descrizione e pittura, sulla creazione di una pelle fisica a cui appendere il soggetto. Entrambi amano unire suggestione e materia in modo da costruire soggetto e giustificazione. Nei dipinti di Pomichal armature dettagliate, come elementi presi da un magazzino di scena, si accatastano fino a coprire quasi la superficie e respingere la luce. Solide mura di finto ottone e artigianato, con uno stendardo svolazzante e un elmo in cima, lasciano intravedere da dietro un cielo dipinto con compiacimento. Come uscito da un fumetto – tutto facciata e fanfara –, l’artista dipinge con sofisticata disinvoltura e grande umorismo una sorta di cubismo «truccato», mentre una robustezza formale rende ogni dipinto pieno come una nave sovraffollata, forse di folli; e l’effetto virtuosistico della luce sul buio, come dei bagliori, ricorda Venice Beach tanto quanto Venezia.

Una spavalderia teatrale scatenata, liberata, si manifesta per esempio in «Anti-Portal»: finti fulmini e punte frastagliate illustrano e illuminano un sandwich di blocchi di pietra, con virtuosismo pseudo-gotico e un peso apparente in equilibrio precario sul vuoto. In un’altra opera, croci, o uccelli, volteggiano in alto. Il cielo sullo sfondo ricorda quello dell’Hadleigh Castle di Constable, ma in modo palesemente esasperato. Irreali, con una tangibilità sovraccarica, negli elementi che tagliano fuori la luce non c’è tuttavia alcuna apparente ambiguità di proporzioni. Poiché l’estetica ruota così tanto intorno a un finto bugnato, tutti gli elementi rotti e ossidati sembrano essere stati scavati e poi reincastonati nella superficie. Con gli oggetti stessi impigliati nella pittura all’interno della tela, l’artista sembra costantemente entusiasta della possibilità di creare qualcosa da associazioni e riproduzioni grafiche, cinematografiche e pittoriche. Questo sacco di bottino di tattiche, una forma di orgoglio provocatorio, espone in una fossa poco profonda le spoglie di un’immaginaria guerra culturale.

Sacha Craddock, aprile 2021

Sacha Craddock è critica d’arte, scrittrice, mentore e curatrice con base a Londra. È cofondatrice di Artschool Palestine, cofondatrice del Contemporary Art Award della British School at Rome e membro dell’Abbey Council, consigliera del Shelagh Cluett Trust e copresidente dell’Associazione internazionale dei critici d’arte AICA UK.[1]

Cofondatrice dello SPECTRUM Art Award, dal 1996 Sacha presiede il consiglio di New Contemporaries e il relativo processo di selezione.

 

Mostra a cura di Vivienne Roberts

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