Insider / Outsider
A cura di Alistair Hicks, mostra presso The In & Out Club, 4 St James's Square, Londra
Gran parte dell’innovazione e dei pensieri creativi nasce da momenti di esclusione, da quei periodi in cui ci sentiamo emarginati o lasciati al freddo. Eppure il sogno di ritrovarsi, di una vita sociale scintillante, persiste. Ci riuniamo e chiudiamo fuori gli altri. È il circolo vizioso della vita. Quando siamo in esilio sogniamo quella vita bohémienne che aleggia e luccica come un miraggio all’orizzonte.
Nel mondo di entrambi gli artisti in mostra, Marcus Cope e Joana Galego, c’è un elemento frammentario. Si può sostenere che uno dei molti punti di partenza per entrambi sia l’opera dell’americano R.B. Kitaj, arrivato in Europa come GI a metà del secolo scorso. Pur essendo più anziano, fu contemporaneo di David Hockney al Royal College. Aveva la visione di una vita bohémienne da caffè, un flusso costante di scambi intellettuali. Fu lui a coniare l’espressione School of London e contribuì in modo decisivo a promuovere l’idea di Londra come centro di artisti viventi.
Nel suo romanzo I Love Dick, Chris Kraus compie una demolizione spietata ma giusta di Kitaj, accusandolo di ridurre le donne a «sorelle, madri, zie o puttane». Mentre le femministe precedenti avevano attaccato Jackson Pollock per aver posto il pittore maschio al centro dell’arena della pittura, lei mostra come l’ego sciovinista intralci Kitaj. Nel suo celebre dipinto The Autumn of Central Paris (After Walter Benjamin), 1972, il fulcro è l’alta fronte di Benjamin. Una donna lo osserva ammirata.
Kitaj parla di quel dipinto in riferimento a Walter Benjamin: «l’avventura della sua dipendenza dal frammentare la vita, la natura allusiva e incompiuta della sua opera (con la Gestapo alle calcagna)». Era un dramma, ma un dramma maschile. Joana Galego ci offre visioni di un’esistenza frammentaria, ma è come se avesse ribaltato il punto di vista. Invece di frammenti che aspirano a ricomporsi in una fugace rivelazione definitiva, ci regala momenti rubati che agiscono su di noi come cariche di profondità emotive.
Nel suo saggio su Kitaj, Kraus cita le osservazioni intolleranti di Flaubert sull’intrusione dell’amante nel «suo» mondo per illustrare come gli uomini abbiano cercato di separare intelletto ed emozione. Come scrive Kraus: «Poiché l’emozione è così terrificante, il mondo si rifiuta di credere che possa essere perseguita come disciplina, come forma».
In questa mostra abbiamo accostato due grandi opere di Galego quasi fossero un dittico: The Intruders e Cracked Shell. È un modo per sottolineare che nessun pensiero, nessuna emozione è sacra in sé. Si ha la sensazione di trovarsi nei vortici dei dipinti di Galego, ma anche che queste piccole scene siano bombe emotive pronte a esplodere da un momento all’altro. «Essere donna significa essere intrappolata nel puramente psicologico», scriveva Kraus, spiegando con sarcasmo il punto di vista di un uomo.
La Chris Kraus del romanzo iniziava la sua lettera all’uomo che stava perseguitando con una spiegazione più ampia: «Caro Dick, voglio rendere il mondo più interessante dei miei problemi. Perciò devo rendere sociali i miei problemi». Se i quadri di Kitaj parlano decisamente della Società con la S maiuscola, quelli di Galego e Cope sono sociali in modo più insinuante, con una s minuscola e furtiva. Ristabiliscono l’equilibrio tra emozione e intelletto, o meglio tentano di sanare la ferita causata da secoli di innaturale separazione dell’una dall’altro.
1 Chris Kraus scrive di fatto un saggio su Kitaj all’interno del suo romanzo I Love Dick, sotto forma di lettera sulla mostra di Kitaj al Metropolitan Museum di New York, giunta dalla Tate.
A volte è difficile vedere i quadri di Galego come qualcosa di diverso da un caleidoscopio di dipinti celebri. Vi scorgo l’Adamo ed Eva in fuga di Masaccio, il cane che corre di Pisanello, il Déjeuner di Manet e la Tempesta di Giorgione, ma si tratta solo di vocabolario. Quando si guardano i quadri per ciò che sono, si è travolti da arti che si agitano e spesso sembrano abbandonati. I dipinti esigono di essere compresi, o non compresi a seconda dei casi, proprio come farebbe un amante. Puoi passare oltre. Puoi liquidarli. Ma se rispondi, vieni ricompensato.
Guardando la visione kitajana della società dei caffè, con la sua raffigurazione a sagome di cartone della rivoluzione sovietica che infuria sotto come un fregio, si è tentati di concludere, come fa Kraus, che «la storia come la intendiamo è in realtà solo una valanga di spazzatura che crolla». Nei dipinti di Kitaj, il legame tra i pezzi di quel racconto a patchwork era il narratore, Kitaj stesso. Non che Kitaj fosse vanitoso: pensava senza dubbio che le idee fossero più grandi di lui. Era disposto a rielaborare i pensieri, ancora e ancora, per tutto il tempo necessario a trovare nuove percezioni, nuove angolazioni, ma in definitiva i suoi quadri erano puzzle comprensibili solo a chi possedesse la sua chiave.
I dipinti di Marcus Cope sono meno frammentari di quelli di Galego e Kitaj. A prima vista appaiono più coerenti in senso tradizionale, ma l’elemento ribelle baudelairiano non è sempre evidente quanto il cavallo trafitto da un albero che interrompe il ritmo dell’orizzonte marino al crepuscolo in Stray.
Il titolo The Night Hana Fell off the Wall, 2018, racconta parte del dramma, ma solo una parte. Si tratta più di assenza che di azione. Un attimo prima Hana era sul muro, quello dopo non c’era più. È come l’immagine speculare del dipinto di Michael Andrews, amico di Kitaj e compagno della School of London: A Man who Suddenly Fell Over, 1952. Nel quadro di Andrews un uomo enorme e scomposto riempie la tela; in quello di Cope vediamo le gambe come segno della scomparsa.
Eight Years Ago, 2019, è il dipinto di un giardino, un paradiso poetico. I gradini dorati conducono a una porta. Un uomo si staglia in controluce sulla soglia. Sembra il giardiniere, il creatore di quel piccolo Eden, sul punto di andarsene. In realtà è un amico artista di Cope, Geoff Rigden, morto nel 2016. Non conoscevo Rigden, ma ho conosciuto e amato Kitaj, e quasi me lo immagino al suo posto.
Kraus scrive di Kitaj che «i suoi dipinti migliori sovvertono il potere della propria immagine sballottandola… è attraverso un atto di volontà – collisione, contraddizione – che questi dipinti acquistano forza». Kraus ha giustamente osservato che nell’opera di Kitaj c’era molto contro cui reagire, ma è bello vedere che, come lei, una nuova generazione di artisti sa andare avanti e trarre beneficio dai difetti e dai punti di forza di un grande artista. Per concludere, vi lascio con Dead Man’s Coat (Elephant) di Cope, 2021.
~ Alistair Hicks, 2021
