HENRY WARD – «BAFFLE» | 1 luglio – 30 settembre 2021

Testo di Sacha Craddock

Mi interessano le parole che hanno più significati, più modi di essere interpretate. Mi piace usare una parola che possa essere sia verbo sia sostantivo. «Baffle» significa sconcertare, lasciare perplessi, ma è anche un pannello che blocca il rumore.

~ Henry Ward

     

 

Henry Ward: «BAFFLE»

 

Chiunque tenti di dipingersi dentro, e poi fuori, uno spazio di non-conoscenza deve cominciare da qualche parte. Quando Henry Ward sperimentò per la prima volta il collage, da studente alla Winchester School of Art, capì che mettendo insieme elementi, immagini e associazioni fisiche diverse poteva scavalcare, o almeno rimandare, il gesto dominante. Consapevole che il lavoro non si ferma, non riposa né si assesta davvero finché persiste quella che equivale a una particolare forma di esercizio olistico, Ward ha fatto dei suoi dipinti un amalgama di molte contraddizioni apparenti. A un certo punto, per esempio, costruiva oggetti a partire da materiali esistenti, avvolgendo masse, incastrando e inclinando la materia come strati finché non diventava in qualche modo reale, per poterla dipingere. Lavorando senza sosta, per Ward immagine e processo sono diventati una cosa sola, eppure lo stesso stato mentale, forse quello di chi guarda, riesce ancora a ricavarne un senso pittorico, o almeno ad accettare ciò che gli viene offerto.

 

Per Ward è un po’ come andare a correre: sempre difficile all’inizio, ma è essenziale superare e vincere goffaggini e cattive abitudini per lasciare che emerga infine uno stato mentale e fisico più automatico, meno consapevole. Da pittore, ricomincia ogni volta da capo, per così dire, aggirando i limiti apparenti del familiare grazie alla conoscenza del segno e del gesto, mentre cerca la sorpresa dell’ignoto. È un artista che deve arrivare, dal nulla, ancora una volta, a una disinvoltura fisica sufficiente per lasciarsi andare ogni volta verso uno straordinario limbo in cui né la perdita né lo sforzo vengono pianti o celebrati con enfasi. Resta tuttavia difficile, per qualsiasi pittore, combattere le proprie regole e inclinazioni.

 

Venuto meno il montaggio individuale, o l’azione di mettere insieme gli elementi nell’opera, come percepiamo allora questo senso associativo quando si riunisce una gamma così libera e fluida di associazioni frettolose? Mentre un’opera oscilla verso lo spazio architettonico interno, un’altra verso il paesaggio costruito e un’altra ancora sembra avvicinarsi alla superficie di una natura morta, chi guarda deve imitare il ruolo dell’artista – informatore, smentitore, intercettatore, perfino qualcuno che è scappato da ogni direzione precisa – per prendere parte. Il passaggio di Ward, nell’ultimo anno, da uno studio all’altro, da uno spazio vero e proprio, forse per guardare, a uno spazio limitato per lavorare, ha prodotto un tipo di spazio completamente diverso. Eppure, quando in qualche modo raggiunge ciò a cui crediamo di aspirare e che desideriamo, è sorprendente come la logica riesca a trasparire attraverso quasi qualsiasi relazione apparentemente arbitraria.

 

Luce contro buio: la pittura sembra fresca, ma è un amalgama di movimento, pelle e stratificazioni; da vicino, davanti a un oggetto sconosciuto e piuttosto insignificante, le strutture, messe l’una contro l’altra, si assestano in un’uniformità simile alla rete che trattiene la superficie, e il colore emerge come risultato del tempo trascorso a lavorarci avanti e indietro. Unire quadrati per fare una Medusa da Géricault; dalle 32 opere su carta realizzate nel capanno fino alla rottura della griglia – MEDUSA è un composito di opere che funzionano in scala –, l’artista instaura un amore collettivo per le figure che compongono e scompongono una radiografia della memoria. Alcune, come la Medusa, giocano proprio su quell’ombra di composizione già esistente e vi fanno affidamento. Tutti i dipinti, che siano collage o dipinti con approcci contrari e contrastanti, sovrapponendo strati anziché sezioni, hanno comunque sempre un sotto, un sopra e un certo grado di illusione. Mai puramente fenomenologica, l’opera si presta a pesi diversi, con una conseguente oscillazione di significato tra quello di un qualsiasi dipinto di Courbet, per esempio, e l’evento apparentemente insignificante sullo sfondo di un quadro di Gauguin.

 

«Baffle» significa attutire qualcosa che già esiste: un’azione che si immagina capace di calmare tutto, di nascondere in parte, quasi mimetizzare nel suo stesso contesto, per lasciare spazio ad altro. Ward attutisce ridipingendo tonalmente per trovare una logica «trovata», nella speranza che il «suono» iniziale sia stato soffocato a favore di qualcosa di forse più visivo e meno vistosamente aneddotico. Pinnacoli sormontati da pezzi impilati mostrano il disegno come pittura e viceversa. Questo miscuglio di intenzioni artistiche tradisce un artista che si sottrae all’essere indirizzato verso il particolare, eppure si volta indietro nella speranza di trovare nella pittura un luogo metaforico capace di offrire al significato il calore di un ritorno a casa.

 

~ Sacha Craddock, maggio 2021

 

Sacha Craddock è critica d’arte, scrittrice, mentore e curatrice con base a Londra. È cofondatrice di Artschool Palestine, cofondatrice del Contemporary Art Award della British School at Rome e membro dell’Abbey Council, consigliera del Shelagh Cluett Trust e copresidente dell’Associazione internazionale dei critici d’arte AICA UK.[1]

Cofondatrice dello SPECTRUM Art Award, dal 1996 Sacha presiede il consiglio di New Contemporaries e il relativo processo di selezione.

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Mostra a cura di Vivienne Roberts


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