Birdhouse Blues

Aleph Contemporary è lieta di presentare ‘Birdhouse Blues’,

una mostra personale virtuale di opere recenti di GORDON DALTON dal 1° al 15 maggio 2020.

Hope among the cynicism.

Che cosa vediamo quando ci avviciniamo al dipinto «Birdhouse Blues» di Gordon Dalton? Troviamo alcuni dei topoi della pittura di paesaggio: lo sguardo supera alberi decidui e arriva a quelli che sembrano edifici annessi vittoriani e alla voliera vuota del titolo. Questa struttura in lontananza viene portata in primo piano, in parte grazie alla composizione verticale e al formato verticale della tela. Tra gli alberi e l’edificio lo spazio si scompone in un insieme di forme astratte e stratificate che contribuiscono a creare un piano unitario. Guardando il lavoro di Gordon mi ritrovo attratto da singoli elementi, a esaminare spazi e forme, cercando di decifrarne la funzione e il modo in cui influiscono sul dipinto nel suo insieme.

Quando si tenta di «leggere» il lavoro di Gordon o di applicarvi gli ideali del paesaggio tradizionale, il dipinto risponde a tono, creando un terreno instabile e lasciando una disposizione inquietante, talvolta sinistra o malinconica. In questo dipinto la distanza si accorcia, quasi ci affronta o ci sovrasta con informazioni dipinte su tutta la superficie della tela. Questo tratto massimalista mi spinge subito a considerare la pratica di Gordon in modo del tutto astratto, ma resto ancorato al luogo in un modo che ricorda le opere di Pierre Bonnard.

La voliera a cui fa riferimento questo dipinto si basa su un luogo reale, le voliere ormai abbandonate dello zoo di Buenos Aires. Gordon ha visitato lo zoo dismesso nel 2016 durante una residenza d’artista in Argentina (URRA www.urraurra.com.ar). Molti luoghi e oggetti reali autobiografici compaiono nel lavoro di Gordon, talvolta solo accennati o come ombre ricordate a metà. Questi elementi tendono a mutare mentre il dipinto prende forma, e i motivi visivi entrano ed escono dal fuoco. Troviamo elementi del paesaggio postindustriale del Teesside: pennacchi di fumo di fabbriche o forse di sigarette, edifici vuoti, corsi d’acqua artificiali e non, uccelli e fauna, fino agli alberi spogli d’inverno. Le prime opere di Gordon erano fortemente incentrate su questi motivi e, ripercorrendo i lavori passati, vedo un artista che trova il proprio soggetto e lo lascia lottare con lo spettatore. Questi motivi sono spesso intrisi del bagaglio socioeconomico che ogni artista proveniente da un ambiente operaio porta con sé. I dipinti erano fatti per essere cinici nei confronti del mondo dell’arte – non chiedevano di piacere –  chiedevano se i motivi che contenevano avessero un qualche valore. Da questo cinismo e vetriolo dipinti emerge un artista più autocritico; il cinismo non è più rivolto verso l’esterno. Vediamo qualcuno che lavora con una sorta di trepidazione nata da una crescente ammirazione per la funzione della pittura, la sua importanza e la sua storia. 

In «Birdhouse Blues» vediamo un dipinto astratto costruito a partire dalla memoria. Non è fatto soltanto per articolare uno spazio o un luogo; i suoi elementi mutano in forme capaci di reggere la pittura, appese alla superficie, la sporcizia del colore a tratti scintillante, altre volte fratturata, scabra e fallibile. Il colore viene spalmato, rimosso, sfregato e spinto nella grana della tela. L’applicazione del colore articola in modo appropriato il soggetto e l’inadeguatezza della memoria. Il luogo ricordato a metà è inevitabilmente malinconico. Nello studio, ricordando e reimmaginando il mondo, penso subito ad altri artisti che lavoravano in modo simile, come Édouard Vuillard, Walter Sickert o Edvard Munch. L’influenza di questi artisti è evidente – se ne trovano riferimenti nella tavolozza, nella texture e nel soggetto – ma il legame a cui penso è più viscerale. Quando un dipinto mi coinvolge è spesso perché sento l’artista lavorare, guardare, spingere e talvolta fallire. Mi soffermo sulle opere in cui il pittore lotta per esprimere qualcosa. È questa lotta che trovo nel lavoro di Gordon. Vedo una superficie lavorata, spinta e tirata con autentico interesse; una lenta zuffa contro l’inevitabile dubbio su se stessi e il richiamo del cinismo.

 

Liam O'Connor, aprile 2020

Catalogo delle opere .PDF


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