In un’intima conversazione per Aleph Contemporary, condotta dalla figlia Talia, Victoria Orr Ewing apre una finestra sulle ispirazioni e sulla filosofia alla base dei suoi paesaggi. I suoi dipinti, intrisi di quiete e di atemporalità, emergono spesso dalla nebbia, dalla pioggia e dalla luce che svanisce — mondi che invitano alla contemplazione e a una silenziosa reverenza per la natura.
Orr Ewing ha un’affinità con ciò che è incolto: paludi, brughiere e montagne. È l’inverno ad affascinarla di più: cieli carichi di maltempo, oscurità squarciate da fasci di luce radiosa, orizzonti dissolti da nuvole e nebbia. Cerca di «dipingere l’aria intorno al paesaggio», annullando la distanza tra cielo e terra e facendo scendere l’atmosfera nella terra stessa. Le fa piacere quando le persone lodano la sua capacità di rendere bello il «brutto tempo» — una conferma del suo istinto di trovare poesia in condizioni che molti trascurano.
Una corrente spirituale attraversa il suo lavoro, anche se esita a definirla. In piedi su un’isola spazzata dal vento o tra vaste montagne, si sente piccola e insignificante, ed è lì — più che in contesti formali — che avverte la presenza di qualcosa di più grande. I suoi dipinti diventano insieme reverenza e invito: un richiamo a notare la bellezza del mondo e a rispettare la fragilità della natura selvaggia.
I margini la assorbono. Il limitare di Dartmoor, i confini bagnati dal mare delle Ebridi, la striscia liminale dove la strada incontra la brughiera — sono paesaggi di transizione e di esposizione, dove la libertà incontra la restrizione e la sicurezza l’esclusione. Nei loro paradossi trova una forza creativa.
La sua visione si è formata durante l’infanzia, in una fattoria nella Scozia sudoccidentale. Le giornate trascorse all’aperto, di fronte al Mare d’Irlanda, le hanno insegnato la distanza, l’atmosfera e la strana luminosità dei cieli scuri squarciati dalla luce. Essere cresciuta «senza genitori addosso», semplicemente lasciata all’aperto, l’ha resa insieme intrepida e sensibile — qualità ancora leggibili nelle sue tele. La vita di città, ne è certa, l’avrebbe portata altrove.
Gran parte del suo lavoro abbraccia il vuoto. Le tele sono spesso spogliate dei dettagli e invitano lo spettatore a «sognare con l’opera» anziché sottostare alle indicazioni dell’artista. L’atmosfera prevale sulla rappresentazione; memoria e sensazione hanno la precedenza su schizzo e documentazione. Eppure, in queste distese, a volte colloca silenziosi punti d’ancoraggio: un tor di Dartmoor, un antico menhir o i consunti pali di legno del Norfolk. Queste presenze non sono mai narrative — sono soglie, segni del tempo e dello spirito. I suoi dipinti offrono uno spazio di silenzio in cui l’immaginazione può entrare.
È attratta da paesaggi che turbano quanto consolano — spazi che suscitano stupore, perfino paura. Eppure, di recente, si è rivolta anche all’intimità del proprio giardino, esplorando come il grandioso possa risiedere nel piccolo. Una nuova opera raffigura una semplice fontana da giardino in rossi e verdi saturi, la cui protezione e chiusura risuonano quanto qualsiasi veduta di montagna. Dai finestrini degli aerei traccia il confine tra la terra e lo spazio; dal fiume Severn contempla i confini nazionali. Sempre, è attratta dai margini.
La pratica di Orr Ewing è cambiata nel tempo. Un tempo pittrice en plein air assidua nelle Ebridi, a Dartmoor e nel Norfolk, oggi lavora anche a partire da fotografie sfocate, dalla memoria e persino da fugaci immagini televisive. Gli acquerelli — rapidi e portatili — alimentano le tele dello studio, alcune delle quali raggiungono i due metri quando un’idea «le bussa in testa».
Il suo percorso d’artista non è stato né lineare né scontato. Pur non essendo «artistica» a scuola, ha seguito un forte richiamo interiore fino alla City and Guilds Art School. I primi anni sono stati sostenuti da commissioni di murali e pittura decorativa negli anni Ottanta, che hanno finanziato periodi all’estero in India, Indonesia e Spagna. È stato in Spagna, circondata da montagne e mare, che ha trovato davvero il suo soggetto. Il riconoscimento è arrivato con il Gibraltar International Art Prize, assegnato a un dipinto lodato per il suo «vuoto» — una qualità che sarebbe diventata la sua cifra.
Quel vuoto, riflette, è inseparabile dalla luce. Lo chiama «luce bagnata», un’irradiazione sommessa che pervade i suoi cieli e satura i suoi orizzonti, sfumando talvolta in ciò che lei, metà per scherzo, chiama «grazia malinconica». La figlia Talia lo descrive in modo più diretto: sua madre dipinge la luce stessa. Questi vuoti luminosi, carichi di tempesta o teneramente pallidi, lasciano allo spettatore lo spazio per contemplare la propria piccolezza nella vastità del creato.
Nel mondo di Orr Ewing il cielo non è mai separato dalla terra; i due si incontrano, si ripiegano l’uno nell’altro e si aprono sull’infinito. Le sue tele sono meno raffigurazioni che inviti: a stare sul limite del tempo atmosferico, della natura selvaggia, del tempo stesso, e a vedere in quell’incontro la bellezza e la fragilità del nostro mondo.
Date
Anteprima 22 maggio, ore 16–19
23 maggio – 4 luglio
Da mercoledì a sabato
10–16
Aleph Contemporary
New Imperial House
Station Road, Stroud
GL5 3AR