Il colore è un concetto che spesso diamo per scontato. Guardiamo una rosa rossa e la chiamiamo rossa, eppure la verità è più complessa del nostro semplice accordo sulla terminologia. Il colore che vediamo non è una proprietà intrinseca della rosa, ma un fenomeno di luce e di percezione. L’esperienza del colore è soggettiva, plasmata dal contesto, dall’illuminazione e dalla percezione individuale. Consapevoli dei limiti del linguaggio nel restituire il colore, gli artisti si rivolgono alla pittura come mezzo per cogliere ed esprimere la natura sfuggente della sensazione cromatica.
Quando percepiamo una rosa rossa, ciò che vediamo in realtà è il modo in cui i suoi petali assorbono alcune lunghezze d’onda della luce e ne riflettono altre. I nostri occhi ricevono queste lunghezze d’onda riflesse e il cervello le interpreta come «rosso». Ciò corrisponde alla teoria tricromatica della visione dei colori, proposta per la prima volta da Thomas Young e poi sviluppata da Hermann von Helmholtz, che spiega come i nostri occhi rilevino il colore attraverso tre tipi di coni. Questa percezione, tuttavia, dipende fortemente dalle condizioni esterne. In penombra, la stessa rosa può apparire di un bordeaux scuro o persino nera. Accostata a un’altra sfumatura di rosso, la sua tinta può cambiare ai nostri occhi, sembrando per confronto più intensa o più spenta. Questa relatività evidenzia come il colore non sia una proprietà fissa, ma un’esperienza mutevole influenzata dall’ambiente e dalla luce.
Anche se siamo tutti d’accordo che una rosa è rossa, non possiamo mai sapere davvero se le nostre percezioni individuali del rosso siano le stesse. Il filosofo John Locke affrontò questa idea nella sua teoria delle qualità primarie e secondarie, sostenendo che il colore esiste solo nella mente dell’osservatore. Goethe, nella sua Teoria dei colori, criticò l’approccio puramente scientifico di Newton, sottolineando invece gli effetti psicologici ed emotivi che il colore produce. La natura soggettiva della percezione fa sì che ciò che una persona vede come un cremisi brillante possa apparire a un’altra leggermente più arancione o rosa. Le persone daltoniche, per esempio, percepiscono i colori in modo diverso, mettendo ulteriormente in discussione l’idea di un’esperienza cromatica universalmente condivisa. Se la nostra percezione è così malleabile, come possono le sole parole sperare di cogliere la complessità del colore?
Questo limite del linguaggio è evidente già nei nomi dei colori. Prendiamo le violette: si chiamano «violette», eppure vengono descritte come blu. Il poeta Gerard Manley Hopkins, nelle sue vivide immagini della natura, si confrontò con l’inadeguatezza delle parole nell’esprimere l’esperienza sensoriale. Le parole che usiamo per classificare i colori sono imprecise e non riescono a racchiudere l’intera gamma di variazioni e percezioni. Poeti e scrittori possono tentare di descrivere il colore attraverso la metafora, ma spesso le parole non sono all’altezza dell’esperienza sensoriale. È qui che entrano in gioco gli artisti.
Gli artisti usano la pittura perché le parole non bastano a tradurre le sensazioni cromatiche. Con il pigmento possono modulare le tinte, stratificandole e mescolandole per evocare emozioni e creare profondità. Il pittore non si limita a dipingere una rosa rossa: considera il modo in cui la luce vi cade sopra, le ombre che modellano i petali e i colori circostanti che alterano la nostra percezione della sua tinta. Attraverso un uso attento del colore, un artista può comunicare sottigliezze che il linguaggio non sa esprimere.
In definitiva, chiedersi se una rosa rossa sia davvero rossa rivela la natura fluida e soggettiva della percezione del colore. La luce, il contesto e l’esperienza individuale plasmano il modo in cui vediamo e interpretiamo il colore. Se le parole faticano a cogliere l’essenza di una sensazione cromatica, gli artisti colmano il divario tra percezione ed espressione, usando la pittura per comunicare ciò che le parole non possono dire. Attraverso il loro lavoro, siamo invitati a vedere il mondo non com’è, ma come viene vissuto.