Phil King HISTORY THOUGHTS | 2021

Phil King HISTORY THOUGHTS | 2021

 

Théodore Géricault, La zattera della Medusa, 1818–1819, Museo del Louvre

 

Ho una vera passione per la storia. Uno dei miei grandi rimpianti è che, per colpa del sistema scolastico inglese, non l’ho più studiata a scuola dopo i tredici anni: una cosa davvero assurda, visto che ne sono sempre stato piuttosto ossessionato. Scelsi geografia per un motivo che non ricordo. Il mio coinvolgimento con l’arte è probabilmente anche un modo per dedicarmi a una sorta di studio storico creativo. Quando di recente mi hanno chiesto della “politica” nel mio lavoro, sono rimasto un po’ spiazzato.

 

After The Raft of the Medusa, 2018, acrilico su cartone, 41 x 87 cm

 

Credo che per me politica, storia e rappresentazione siano tutte legate in modi che sfuggono a ciascuna di esse. Orlando di Virginia Woolf è uno dei miei esperimenti mentali preferiti, e penso che l’arte e la letteratura, proprio in quanto creative, possano offrire dinamiche di fuga dalla rappresentazione e dalla storia. Ma soprattutto l’arte, pur radicata in una natura rappresentativa, può anche diventare qualcosa di molto concreto, materiale e immediato.

Paul Klee, Rich Harbour (Picture of a Journey), 1938

Olio su pasta colorata su carta da disegno montata su juta. Kunstmuseum Basel.

 

The Ect Machine, 2020, acrilico su tavola, 46 x 45 cm

 

I fatti della vita reale e dell’arte sono semplicemente fatti. Studiando Georges Braque, leggendo di lui mentre guardavo i suoi quadri, mi è sembrato importante che fosse sopravvissuto alle trincee della Prima guerra mondiale, gravemente ferito alla testa al punto da dover subire una trapanazione del cranio. Questo non spiega in alcun modo perché i suoi dipinti siano così avvincenti, ma conta. Confrontarsi con l’“Adesso” – il contemporaneo in senso stretto – diventa un modo per illuminare la materia storica che ci bombarda. È l’esperienza di partecipare a una dinamica, probabilmente contraddittoria. Le cose tornano in vita. Vivere a cavallo tra Inghilterra e Francia, come faccio io, significa abitare un non-luogo molto contraddittorio, in cui si incontrano storie e politiche (culture) in conflitto. Non riesco mai a stabilirmi davvero. Credo che questo si veda nel lavoro.

 

Les Jardins (The Gardens), 2019-2020, olio e collage su tela, 200 x 240 cm

 

L’idea che tutto, nella psiche di ognuno, risponda a una logica e che tutti gli elementi trovino un proprio ordine è stata messa in discussione dalle letture filosofiche a cui mi sono dedicato. Jacques Lacan (che frequentava i dadaisti), per esempio, è stato molto influente, perché a un certo punto paragonò l’io a un negozio di robivecchi. Questo senso psico-filosofico di frammenti e pezzi sparsi ha fatto sì che non abbia mai sentito l’arte moderna classica – prendiamo Picasso, Matisse, Klee e Braque come esempi emblematici – gravare su di me con il peso del Significato, e quindi non l’ho mai vissuta come qualcosa da rifiutare, a nessun livello. All’accademia d’arte un’innocenza del genere era disprezzata: la sua molteplicità veniva liquidata come ingenuità pluralista, come un “cascarci”. Giudizi taciti ma dominanti stabilivano che le contraddizioni andassero combattute ed estirpate in favore della chiarezza linguistica e di un’impressione di originalità creativa. (Immagino che la creatività stessa fosse intesa come dotata di una sfumatura teologica autoritaria, quella di un artista simile a Dio che si fa da parte e crea dal nulla.) Per me, invece, il carattere derivativo è una creatività intrisa di vita quotidiana, anziché preziosa, distante e opprimente. La sua natura creativa non ha nulla di divino: è attivamente storica e viva. Impegnata, imminente, e capace di lasciarsi andare alla corrente. Produttiva. Nei miei studi, nozioni situazioniste nate dal radicalismo dei primi anni Sessanta, come la “deriva”, sono entrate nelle esperienze classiche delle belle arti invece di limitarsi a minare l’oppressione dei mass media da una posizione di superiorità. Mi lascio possedere dalle influenze, abbandonandomi ai fantasmi allucinatori che trovo e seguo. Mi perdo nella pittura.

 

Still Life With Skull, 2018, acrilico su cartone, 73 x 76 cm

 

A un certo punto mi sono dedicato allo studio della grottesca classica. Marginale per natura, mi sembrava un genere diventato un principio centrale dell’arte come esperienza, capace di spazzare via l’unicità e di ribollire sotto la superficie come una sorgente termale. Paul Klee sembra il tramite per eccellenza di questa natura rigogliosa, come di tante altre cose. Il suo lavoro, come quello di Giacometti, sembrava al tempo stesso richiamare da un’antica civiltà perduta e immaginaria ed esigere un coinvolgimento immediato. Anche l’opera retorica di Asger Jorn mi chiama, e il travolgente Pollock insiste. Districare le sue influenze e quelle di Lee Krasner per capire come funziona il tutto mi sembra fondamentale. Ho l’età per aver potuto vedere gli ultimi dipinti di Dubuffet, appena usciti dal suo studio, esposti nelle gallerie di Londra.

Anche vedere la mostra sull’ultimo Picasso alla Tate, mentre lavoravo nel negozio di cartoline alla fine degli anni Ottanta, ebbe su di me un impatto enorme e innescò tanti aspetti del mio desiderio, nella pittura e nella vita. Il vecchio spagnolo sembrava tenere insieme così tante cose, immerso nel wrestling alla televisione e dipingendo in pantofole. Scavalcando gli astrattisti americani, approda in qualche modo alla Pop Art. Quegli ultimi dipinti non rendono bene in riproduzione, ma dal vivo c’è davvero tutto, traboccante, e tanto meglio perché tutto sembra un po’ sbagliato.

 

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