
Giorgio Morandi – Flowers (Fiori ), 1950 -© Giorgio Morandi, VEGAP, Bilbao, 2019
In lockdown con il signor Morandi
Durante il lockdown per la pandemia di Covid-19 ho provato a mettere per iscritto qualche pensiero, ma tutti i tentativi sembrano cominciare allo stesso modo. Se riesco a scrivere qualcosa, finisco sempre per scusarmi perché i miei pensieri sono confusi, le idee sfocate e non so bene cosa sto facendo. Le mie ansie e i momenti di sconforto sono più intensi.
Non è una novità per me. Sono un pittore. Un artista. Sono abituato a vivere in una sorta di isolamento da cliché. Molte persone si trovano in situazioni ben peggiori della mia. C’è tanto dolore e poco ottimismo nel mondo, ma l’arte offre una specie di via di fuga, anche solo un minuscolo spiraglio di luce o un barlume di speranza.
Ho pensato molto a uno dei miei artisti preferiti, Giorgio Morandi. Il signor Morandi non è la scelta più ovvia per me, ma il suo lavoro è stato una presenza costante e rasserenante nella mia vita. L’uomo, proprio come la sua opera, era riservato e garbato, concentrato sulla natura morta, con qualche sottile paesaggio di tanto in tanto.
Da studente vagavo per le sale del National Museum of Wales in cerca di conforto. Pur essendo attratto dall’irruenza dell’astrazione o della Pop Art, avevo bisogno di qualcos’altro. Il museo aveva alcuni piccoli e delicati dipinti di Gwen John, ma in un angolo c’erano due quadri di Morandi, uno accanto all’altro. Uno era tipico della sua opera come l’avrei conosciuta in seguito, ma l’altro raffigurava un fiore pallidissimo in un vaso. Per tre anni ci sono tornato ogni settimana, sperando che fosse ancora esposto.
Andavo in biblioteca (ve le ricordate?) per saperne di più, ma i dipinti di fiori erano rari nella sua opera, così sentivo che quello del museo era mio, il mio Morandi privato.
La mia mostra di laurea, se la ricordo con occhio poco critico, era un miscuglio di Morandi e Philip Guston o Clyfford Still, o almeno così speravo. Devo aver disegnato o dipinto centinaia di sagome di bottiglie su ampie campiture di colore steso a secchiate.
Qualche anno fa dipingevo ogni giorno un piccolo acquerello di un fiore. Non erano per le mostre né per studio: erano solo per me. Non proprio di moda negli ambienti dell’arte contemporanea (non che oggi mi importi), quegli acquerelli erano semplicemente uno spazio. La natura ripetitiva del dipingere la stessa cosa, o qualcosa di simile, crea una memoria muscolare visiva su cui faccio ancora affidamento. Di tanto in tanto torno a fare questi acquerelli. La maggior parte non sopravvive. Sono troppo lavorati, strappati, lacerati o distrutti.
Ne ho fatti alcuni durante il lockdown e ancora una volta i miei pensieri tornano a Morandi.
Penso ancora a quei due piccoli Morandi nascosti in un grande museo. Quando sono bloccato su un dipinto, cosa che mi capita spesso, mi rifugio nello studio di Morandi a Bologna, solo per sedermi e pensare. La pittura può fare questo: offrirti un piccolo spazio per la contemplazione.
Ci si può lasciar trasportare. Si può viaggiare nel tempo. Si può essere nel giardino di Bonnard o sulle montagne di Aix, in Provenza, con Cézanne. In questo momento può sembrare di trovarsi in uno dei paesaggi apocalittici di John Martin, ma le destinazioni sono centinaia. È la migliore agenzia di viaggi del mondo.
Quei viaggi sono molto importanti per me adesso, ma lo sono sempre stati. Immaginare un altrove, un senso di appartenenza, una ricca tradizione romantica radicata nella pittura.
Nell’opera di Morandi può sembrare che ci sia così poco, ma per me c’è tutto. C’è la pace.
Gordon Dalton, maggio 2020
