GORDON DALTON DEAD RECKONING

GORDON DALTON DEAD RECKONING

DEAD RECKONING

La navigazione stimata (in inglese “dead reckoning”) è il procedimento con cui si calcola la propria rotta a partire da una posizione determinata in precedenza. Si dice che i marinai olandesi gettassero in mare dei cadaveri per calcolare la rotta futura. Mi è sembrato un titolo adatto per una mostra personale nell’anno dei miei 50 anni, il 2020. Non si tratta di guardare indietro, ma di guardare avanti. Un po’ di speranza in mezzo al cinismo. Cerco di indurre lo spettatore a guardare più a lungo e più a fondo, a instaurare un rapporto personale con la pittura di paesaggio; a incuriosirlo e a fargli trovare un po’ di gioia. I luoghi raffigurati nel mio lavoro sono in parte inventati, pieni di contrasti e spontaneità. Uniscono ricordi di posti in cui ho vissuto o che ho immaginato con nostalgia, l’idea di un luogo e la malinconia del desiderio di appartenere. Un romanticismo fuori moda, radicato nell’atto del dipingere.

Gordon Dalton, 2020

 

SPERANZA IN MEZZO AL CINISMO

Che cosa vediamo quando ci avviciniamo ai dipinti di Gordon Dalton? Ritroviamo alcuni topoi della pittura di paesaggio: lo sguardo oltrepassa alberi a foglie caduche e arriva a quelli che sembrano edifici rustici vittoriani o relitti postindustriali. I motivi in lontananza vengono portati in primo piano, anche grazie alla composizione verticale e al formato a ritratto della tela. Tra gli alberi e gli edifici, lo spazio si scompone in un insieme di forme astratte e stratificate che contribuiscono a creare un piano unitario.

 

Guardando le opere di Gordon, mi ritrovo attratto dai singoli elementi, a esaminare spazi e forme, a cercare di decifrarne la funzione e il modo in cui incidono sul dipinto nel suo insieme. Quando si tenta di “leggere” l’opera di Dalton o di applicarvi gli ideali del paesaggio tradizionale, il dipinto risponde per le rime, togliendoci la terra sotto i piedi e lasciando una sensazione inquieta, a volte arcana o malinconica. Nei suoi quadri la distanza si accorcia, il dipinto quasi ci affronta e ci sovrasta con informazioni pittoriche distese sull’intera tela. Questo tratto massimalista mi spinge subito a considerare la pratica di Dalton in modo del tutto astratto, eppure resto ancorato a un luogo, in un modo che ricorda le opere di Pierre Bonnard.

 

I suoi dipinti si basano spesso, ma non sempre, su luoghi reali e per lo più deserti, come l’ex zoo di Buenos Aires, oggi riqualificato. Dalton visitò lo zoo dismesso nel 2016, durante una residenza d’artista. Nelle sue opere compaiono molti luoghi e oggetti reali e autobiografici, a volte solo accennati o come ombre ricordate a metà. Questi elementi tendono a trasformarsi mentre il dipinto prende forma, e i motivi visivi entrano ed escono di fuoco.

 

Ritroviamo elementi del paesaggio naturale e postindustriale del Teesside: pennacchi di fumo delle fabbriche o forse di sigarette, edifici vuoti, corsi d’acqua artificiali e non, uccelli e fauna selvatica, fino agli alberi spogli d’inverno. I primi lavori di Dalton si concentravano molto su questi motivi e, ripercorrendo le opere passate, vedo un artista che trova il proprio soggetto e lo lascia scontrarsi con lo spettatore. Questi motivi sono spesso intrisi del bagaglio socioeconomico che qualsiasi artista proveniente dalla classe operaia porta con sé. I dipinti nascevano per essere cinici nei confronti del mondo dell’arte: non chiedevano di piacere, chiedevano se i motivi che contenevano avessero un qualche valore.

 

Da questo cinismo e da questa acrimonia dipinti emerge un artista più critico verso se stesso; il cinismo non è più rivolto all’esterno. Vediamo qualcuno che lavora con una sorta di trepidazione, nata da una crescente ammirazione per la funzione della pittura, la sua importanza e la sua storia. Vediamo dipinti astratti costruiti a memoria. Non servono solo a dare forma a uno spazio o a un luogo; i loro elementi si trasformano in forme capaci di reggere il colore, steso sulla superficie, la materia pittorica a tratti scintillante, a tratti fratturata, scabra e fallibile. Il colore viene spalmato, rimosso, strofinato e spinto nella trama della tela. Il modo di stenderlo esprime con proprietà il soggetto e l’inadeguatezza della memoria. Il luogo ricordato a metà è inevitabilmente malinconico.

 

Nello studio, ricordando e reimmaginando il mondo, penso subito ad altri artisti che lavoravano in modo simile, come Édouard Vuillard, Walter Sickert o Edvard Munch. L’influenza di questi artisti è evidente – se ne trovano richiami nella tavolozza, nella materia e nei soggetti – ma il legame a cui penso è più viscerale. Quando un dipinto mi coinvolge, spesso è perché sento l’artista lavorare, guardare, insistere e talvolta fallire.

 

Mi soffermo sulle opere in cui il pittore lotta per esprimere qualcosa. È proprio questa lotta che ritrovo nel lavoro di Gordon. Vedo una superficie lavorata, spinta e tirata con autentico interesse; una lenta zuffa contro l’inevitabile insicurezza e il richiamo del cinismo.

Liam O’Connor, aprile 2020

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