Francis Picabia
The Handsome Pork-Butcher
Pittura a olio, pettini di plastica e pettine d’osso su tela
92,4 x 73,7 cm
Tate T07108
© ADAGP, Parigi e DACS, Londra 2017
Da The Handsome Pork-Butcher a Don Chisciotte.
Ci affacciammo dal balcone: nell’enorme spazio cavernoso sottostante c’era un gran fermento di cemento, mezzi di cantiere e scintille. Qualcuno mi indicava gentilmente come sarebbe stato il risultato finale. Non riuscivo a immaginarlo con chiarezza, ma era impressionante. Stringevo un piccolo album dei miei dipinti astratti per dimostrare il mio impegno nell’arte, nel caso il selezionatore me lo chiedesse, ma non servì. Ottenni il lavoro. Si trattava di lavorare nella libreria della Tate Modern, poco prima dell’apertura, intorno al 1999 o al 2000, e stavo guardando dall’alto la Turbine Hall ancora in costruzione. Alla fine rifiutai: all’epoca vivevo a Reading ed ero legato al gruppo di studi a cui mi ero unito, Open Hand Open Space, e il pendolarismo, per quanto fattibile, sarebbe stato troppo costoso, già allora. Non ero pronto a rischiare un trasferimento a Londra.
L’altro ricordo, ancora più incisivo, di questa nuova metropoli dell’arte mi rimase impresso alla prima visita, quando aprì. Un dipinto mi fermò di colpo e mi spalancò subito la porta a molte cose. Mi affannavo da tempo, insoddisfatto, su dipinti astratti che non portavano da nessuna parte. Davanti a me c’era questo ritratto, uno strano ibrido sgraziato di un uomo dall’aria da dandy su un fondo nero come una lavagna, con tratti dipinti in modo essenziale, da fumetto, comprese le linee delle sue mani espressive e di altre mani: una mano femminile che accarezza ed entra nel quadro. C’è qualcosa di suino nella raffigurazione del soggetto, che sembra truccato. Era molto teatrale; forse in parte un personaggio femminile, o l’evocazione di una figura drag. Lo trovavo piuttosto androgino e, per molti versi, emanava senza dubbio un’aria di ambiguità. L’opera aveva una rozzezza aggraziata, insieme sfarzosa e malinconica, con uno sguardo lontano e un po’ ferito negli occhi del personaggio. Uno degli elementi per me più seducenti era il collage di pettini di plastica al posto dei capelli, che esprimeva l’unione di raffinatezza disinvolta e audacia grezza di questa immagine provocatoria, così noncurante, contraddittoria e diretta.
Il dipinto era The Handsome Pork Butcher di Francis Picabia, 1924-26 circa e 1929-35 circa. Le date suggeriscono un dipinto forse abbandonato, rielaborato, recuperato, trasformato, evoluto… In effetti, il quadro ha un’aria di sicurezza indecisa, come un’entità ancora in divenire.
Francis Picabia (1879-1953) flirtò ai margini dei movimenti dadaista e surrealista prima di voltare le spalle all’establishment: il mio tipo di artista. Eppure, fino a quando non ho scritto questo articolo, non mi ero reso conto che The Handsome Pork Butcher è il dipinto che oggi accompagna la sua biografia sul sito della Tate. Sul sito si trovano ulteriori approfondimenti sull’opera e sulle sue varie fasi di evoluzione, tra cui l’ipotesi che si tratti di «un ritratto satirico dell’illustre intellettuale e politico francese Raymond Poincaré, membro dell’Académie française, presidente della Repubblica francese dal 1913 al 1920 e primo ministro nel 1922-24 e nel 1926-29». Un dipinto anti-establishment, dunque.
La mia valutazione del dipinto si è evoluta nel corso di diverse visite nei primi anni Duemila, man mano che notavo dettagli come le grinze della pittura rosa della pelle, che ricordava un po’ lo smalto per la casa. Era un personaggio immaginario, un ibrido fantastico nato dalla fantasia dell’artista. Sembrava così ovvio: se ero in difficoltà e annoiato dal mio modo di dipingere, potevo tentare qualcosa del genere; in un dipinto si poteva fare qualsiasi cosa, in qualsiasi modo. Era un’ovvietà, ma a volte bisogna vederla con i propri occhi per capirla.
Un giorno, nel mio studio all’Open Hand Open Space, l’artista dello studio accanto entrò e mi trovò a saltellare su un piede solo. Si divertì moltissimo e pensò che fossi impazzito: mi ero tolto la scarpa e, d’impulso, l’avevo avvitata sul dipinto a cui stavo lavorando. Era il mio momento “pettine di Picabia”. Non ne ho un’immagine, e comunque era un dipinto prevedibilmente orribile e privo di interesse. Ma l’artista dello studio accanto raccontò davvero l’aneddoto della scarpa nel suo discorso da testimone al mio matrimonio, molti anni dopo.
Ricordo una sessione di “show and tell” in uno spazio d’arte di Birmingham, in cui ognuno doveva presentare un’opera o un oggetto che lo ispirava, e io presentai al gruppo il dipinto di Picabia. Il mio attaccamento a quell’opera si era ormai attenuato, ma una delle persone che conducevano l’incontro, una professionista stimata nella regione per un certo periodo prima di trasferirsi altrove, osservò che non conosceva l’opera e che forse aveva più a che fare con l’illustrazione o qualcosa del genere, con un tono vagamente critico. Il dipinto stonava con gli esempi più raffinati e concettuali presentati dagli altri durante la sessione, e il commento mi irritò un po’, ma mi diede la ferma determinazione di riavvicinarmi all’opera.
Credo che se ne possa vedere l’influenza nei miei lavori presentati nella mostra “Reflections” per Aleph Contemporary, in particolare “Former Engine Driver” e “Fantastic Voyage”, che sono dipinti più vecchi; è stato rivelatore presentarli accanto a dipinti più recenti e scoprire i fili narrativi che li collegano.
“Fantastic Voyage” e “Former Engine Driver” ritraggono personaggi marginali, assurdi e caricaturali, affini a The Handsome Pork Butcher, in una linea che va dagli ultimi dipinti di Phillip Guston alla pittura figurativa contemporanea. Entrambi i dipinti giocano sul tema di un viaggio goffo attraverso un paesaggio o, più precisamente, attraverso un mondo inventato dalla pittura. La lotta allude anche alla fatica dell’atto stesso di dipingere: cosa dipingere, come dipingere, quando è finito? Pensi che lo sia, ma il tempo ti fa capire che non è ancora finito, e così il viaggio continua… In Fantastic Voyage tutto ciò è portato a un affollamento assurdo: il tema dell’indecisione e delle correzioni di rotta ripreso dal dipinto di Picabia, così come i volti e i teschi rosa e tondeggianti che richiamano la pelle di pittura rosa del Pork Butcher. L’assurdità fumettistica è accentuata in Former Engine Driver, ispirato vagamente a un viaggio nel New Mexico nel 2006 con l’artista dello studio accanto, futuro testimone al mio matrimonio. Faceva parte di un gruppo di opere che fondevano l’immaginario dei cowboy del deserto con un interesse per il surrealismo. Credo ci fosse un vago riferimento a un dipinto di Dalí con il personaggio con una gamba sola, Costruzione molle con fagioli bolliti (1936).
I dipinti dedicati a Don Chisciotte nella mostra “Reflections” giocano sul riferimento letterario del viaggiatore o dell’avventuriero stanco, collegandosi a un tema generale: un viaggio fatto di incertezza e indecisione. Don Chisciotte 1 ha un doppio sullo sfondo; forse è una sua versione più avanti nel viaggio, o rimasta indietro, nel passato. Potrebbe essere un personaggio che gira in tondo… Questo dipinto, molto lavorato, era stato abbandonato intorno al 2012, mi ci ero perso completamente, ma ci sono tornato quest’anno, nel 2020, e ho completato il viaggio, raggiungendo, spero, quell’equilibrio goffo e frammentato tra figurazione, paesaggio e astrazione, in bilico sull’orlo del collasso. In questo senso si lega a Fantastic Voyage. Credo che vi sia un riferimento alla lotta e al percorso nel mondo dell’arte, alla ricerca di un approdo fatto di riconoscimento e accettazione.
L’interpretazione di Don Chisciotte in questi due dipinti si basa sulla copertina dell’album Surf’s Up dei Beach Boys (1971), che stava in giro nel mio studio e fece nascere l’idea di sviluppare una versione di Don Chisciotte. A sua volta, quella copertina si basava su una scultura, “The End of the Trail” (1828), di James Earl Fraser (1876-1953), che raffigura un nativo americano sradicato, accasciato su un cavallo.
Posso anche far notare che la versione di Frankenstein che compare in “Something in the Water”, nella mostra “Reflections”, così come in uno studio precedente, “The Substitute”, deve forse la sua postura rassegnata e tormentata al Pork Butcher.
I cambi di rotta, la stanchezza del viaggio e le immagini e l’arte struggenti che catturano quel peso fisico e mentale possono rappresentare l’esperienza universale di affrontare un mondo difficile. Lo sguardo di The Handsome Pork Butcher di Francis Picabia coglie con abilità un barlume fugace di questa incertezza.
Paul Newman
20/10/2020