
The Silhouette of the Artist (particolare) (1907), Léon Spilliaert. Museum voor Schone Kunsten, Gand.
Foto: Hugo Maertens
Di solito il mio lavoro punta una fioca torcia negli angoli silenziosi della vita quotidiana. Prima del «lockdown» avevo trascorso l’anno tra la Camera dei Comuni, gli ambienti politici e mediatici e lo studio. A metà marzo ero nel pieno dei contatti con i corrieri d’arte e stavo organizzando i viaggi per le mie inaugurazioni in giro per il Paese.
Ero stata invitata anche a vedere la mostra di Léon Spilliaert alla Royal Academy, una vera delizia. Ho girato per le sale guardando quelle opere cupe e malinconiche, notando la luce fredda e smorzata del Nord Europa, il senso di solitudine e di isolamento.
Come me, si appoggiava ai pensatori per dare spessore al proprio lavoro: sentiva un’affinità con Edgar Allan Poe e Friedrich Nietzsche; i miei amici intellettuali sono Thomas Sowell e Roger Scruton, con un po’ di David Starkey per l’analisi storica.
Credo che Spilliaert fosse come molti artisti: produttivo quando era isolato, forse un solitario. Gli artisti si parlano attraverso i quadri, vivi o morti che siano; facciamo lunghe conversazioni, dialoghi tra noi che vanno avanti e indietro nei secoli e da un Paese all’altro. Un mondo senza le opere di altri artisti con cui confrontarsi è vuoto e desolato; siamo amici gli uni degli altri, anche se uno di noi è morto.
Una o due settimane dopo la visita alla mostra, mi sono ritrovata all’improvviso in quel mondo desolato e vuoto, fino ad allora inimmaginabile. Gallerie e musei avevano sbarrato le porte. Le opere di Spilliaert erano ormai chiuse dentro l’Academy, le mie imprigionate alla Royal Scottish Academy, al museo di Hastings e in una galleria di New York. E il peggio doveva ancora venire: all’improvviso una telefonata, una lontana parente era morta; aveva preso la nuova peste il martedì ed era morta il venerdì, e nessuno sarebbe potuto andare al suo funerale. Mi sono ritrovata prigioniera in casa, senza nemmeno poter uscire a fare la spesa, e senza alcuna fine in vista.
Il mio mondo si era ridotto al notiziario alla radio e all’improvvisa invasione di uccelli nel mio giardino grande quanto un francobollo. Le cinciarelle mi si lanciavano sulla testa quando mi avvicinavo troppo. Le cinciallegre si infilavano a fatica nel buco troppo piccolo di una cassetta nido, ricordandomi che dovevo perdere qualche chilo: il Covid prendeva di mira soprattutto le persone in carne. Ogni giorno arrivavano piccoli pettirossi a sguazzare nella bacinella dei piatti trasformata in laghetto. Due merli, che avevo chiamato Horace e Muriel, imboccavano di grossi vermi i piccoli pigolanti proprio sotto il mio naso. E poi c’era la questione dei vicini. Da londinesi indifferenti e indaffarati si erano trasformati in una specie di grande famiglia, cordiale e sempre disponibile. Avevamo però un problema: in strada c’era una «spia». Quando la via faceva festa insieme una volta alla settimana per tre minuti, con la musica, ciascuno sulla soglia di casa, da una porta spuntava la fotocamera di un cellulare fissata a un lungo braccio; «clic clic», poi il braccio rientrava in casa e la porta si chiudeva. Una volta si è presentata persino la polizia per farci la ramanzina: «Dovete mantenere il distanziamento sociale». Il mondo era cambiato: un’accoppiata tetra di distanziamento sociale e mancanza di privacy era all’ordine del giorno.
È in questo contesto che ho dipinto «Curtain twitching», ispirato a un autoritratto di Léon Spilliaert, «Silhouette of the Artist» (1907). Solo, al buio, accanto alla finestra, incorniciato dalle tende di tulle, in uno stato di perenne isolamento. La qualità struggente e malinconica del quadro fa eco alla mia vita di oggi.
Come sempre, artisti che si parlano e si confortano a vicenda attraverso l’esperienza della pittura, nel tempo e nello spazio, nella vita, nella malattia e nella morte.

Christie Burdock, Curtain Twitching 2020