
Chaïm Soutine, Carcassa di bue, 1925 circa, olio su tela
Collezione Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York
Vortici di colore denso e succoso. Un colore intenso, lavorato in una varietà di texture diverse, il pigmento steso con il pennello, con le mani, con la spatola e con qualsiasi altra cosa sembrasse adatta all’emozione. Soggetti che richiamano gli antichi maestri: un’anatra che evoca Chardin, un quarto di bue che allude a Rembrandt. Paesaggi al limite dell’astrazione, composizioni che sfidano la gravità. Ritratti di nessuno in particolare. E storie di carne in putrefazione nello studio che scatenavano il panico per l’igiene e la sicurezza.
In sostanza, Chaïm Soutine (Smilavichy, Bielorussia, 1893 – Parigi, 1943), pittore ebreo russo emigrato in Francia, è un pittore per pittori. Le sue opere ricche ed espressive sfuggono a ogni facile classificazione: non sono espressioniste, né realiste in senso stretto. Come Van Gogh (al quale Soutine detestava essere paragonato), sembra evocare un mondo interiore di sensazioni attraverso mezzi esteriori. L’opera pare ritrarre una sorta di vita interiore dell’artista, anche se definire con esattezza quei sentimenti sarebbe estremamente difficile. I soggetti di Soutine sono piuttosto banali, benché a volte abbiano legami precisi con la storia dell’arte. È il modo in cui dipinge ad affascinare, non ciò che dipinge. Le cose prendono forma in spettacolari turbini di pigmento; i quadri appaiono urgenti e necessari. Il colore, comunque sia stato steso, porta con sé la sensazione complessiva del dipinto.
La mia serie preferita tra le opere di Soutine è quella dei quarti di bue. Il soggetto allude al Bue squartato di Rembrandt al Louvre, un dipinto che Soutine doveva conoscere bene e che aveva certamente studiato. È un soggetto che ci ricorda la nostra condizione fondamentale: anche noi non siamo altro che carne. Nelle sue raffigurazioni colloca il bue proprio al centro della tela, così che si imponga allo spettatore. Si viene allora catturati dalla superficie del dipinto, costruita con graffi, spalmature e pennellate pulsanti, e dall’intensità del colore. Si racconta che Soutine versasse sangue fresco sulla carcassa nel suo studio per mantenere vivida nella mente l’intensità del colore; che sia vero o no, chi può dirlo, ma l’intensità del rosso di questi quarti di bue è semplicemente esaltante.
Ho conosciuto Chaïm Soutine non attraverso le sue opere, ma grazie a un racconto di Roald Dahl, «Pelle». Nel racconto il giovane Soutine è amico di un tatuatore e accetta di tatuargli sulla schiena un’opera originale. Anni dopo il tatuatore entra in un’elegante galleria parigina e mostra a un pubblico rapito il tatuaggio che Soutine gli ha fatto sulla schiena. Non rovinerò troppo la storia, se non per dire che il finale è meravigliosamente macabro, nel tipico stile di Dahl. Dopo aver letto questo racconto, a tredici anni, sono andato a cercare Soutine e il suo lavoro mi ha lasciato senza fiato. Non mi sorprendeva che fosse esposto in eleganti gallerie parigine. L’idea di Soutine che tatua una schiena mi sembrava perfetta: la sua opera ti entra nella pelle, la senti lì, la senti smuoverti. Dahl aveva capito intimamente come funziona la pittura di Soutine: ti entra sotto la pelle.

Archie Franks, 'Full English Breakfast', 2019