
Nell’ultimo anno la mia pittura ha subito un cambiamento significativo. Il realismo accentuato ha lasciato il posto a un processo più gestuale e intuitivo. Per me la pittura gestuale è più difficile, perché mette a nudo le vulnerabilità, le sensibilità e l’intuizione dell’artista.
Questo senso di sintonia con ciò che ci circonda si traduce in forme, colori e movimenti che, anziché descrivere ciò che l’artista vede, evocano ciò che l’artista sente. Un’esteriorizzazione dell’interiore. Un’invocazione del pensiero materiale.
Guardo per poter vedere
Tocco per poter sentire
Disegno per poter capire
E voglio capire per poter vedere davvero.
Cézanne ci incoraggiava non a copiare la natura, ma a riconoscere la nostra sensibilità nei suoi confronti. Eppure non si è mai trovato davanti a uno schermo di plastica, né ha osservato la natura attraverso l’obiettivo mediato di un iPhone.
Che cos’è la «legnosità» del legno? Che cos’è la «pietrosità» della pietra?
Dove finisce l’oggetto e dove comincia il disegno? Quando l’artista si ritrae
e la pittura prende il sopravvento?
Per me è più difficile riconoscere la propria sensibilità che fare una copia. La pittura iperrealista è più facile, perché la copia si può ottenere con tempo e tecnica, applicando determinati procedimenti per dare l’illusione di volume, forma e prospettiva, ombra e texture. In pratica l’iperrealista copia la natura. Ma conoscere davvero un oggetto attraverso il disegno e la pittura è più estenuante. La pittura illusionistica appare più statica: presenta il mondo in modo controllato o persino artificioso. La pittura gestuale è più agile e rivela la mente dell’artista in un costante stato di flusso. Alcuni pensano che io sia una persona composta perché sono educato, eppure la mia mente oscilla di continuo tra sicurezza e dubbio, estroversione e introversione, oscurità e luce. Ecco perché la pittura intuitiva è più impegnativa. Rivela i demoni così come i santi. Speranza e lamento si scontrano nei segni. Le gioie e le paure. Il vecchio io e il nuovo.
Per me disegnare è un atto di invocazione. Una poiesis di materia e pensiero in cui istinto e intelletto creano un luogo di sintonia. Uno spazio rituale di immaginazione e incarnazione, dove i materiali pensano e la mano si muove d’istinto.
Vengo in studio per radicarmi nella materia. Una stesura oleosa di pigmento sul lino. Qui c’è un ritmo di particelle, pietra, legno, acqua e plastica. Dipingo meglio quando la giornata è finita. Quando i ritmi sono così esercitati nel mio corpo da essere diventati intuitivi.
Dove immagino?
Non immagino soltanto con la mente.
Immagino con il corpo.
Immagino dalla punta del pennello.
Immagino nelle venature grezze
mentre la grafite si spezza
sotto il peso
della mia mano troppo impaziente.
Tutto questo è immaginare
con il corpo e con la mente.
E immaginare, credo,
è essere artista.


